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 Pantheon Romano

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Oberon
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MessaggioOggetto: Pantheon Romano   Lun Gen 28, 2008 1:29 am

APOLLO: Dio della Profezia
MARTE: Dio della Guerra
DIANA: Dea della caccia e della luna
ESCULAPIO: Dio della Medicina
MINERVA: Dea delle Arti, dei Mestieri e della Guerra
SATURNO: Dio dei Cieli e Signore dei Titani
CERERE: Dea del Grano
BACCO: Dio del Vino e della Vegetazione
CUPIDO: Dio dell'Amore
TERRA: La Terra Madre
VULCANO: Dio del Fuoco
GIUNONE: Dea del Matrimonio e del Parto. Protettrice dei Viaggiatori, Ladri e Mercanti
MERCURIO: Messaggero degli Dei
VESTA: Protettrice della Casa
SOMNUS: Dio del Sonno
PLUTONE: Dio degli Inferi
NETTUNO: Dio del mare
ABBONDANZA: Moglie di Crono, Dea Madre
URANO: Dio del cielo e Padre dei Titani
GIOVE: Signore degli dei
Al latino appartiene il termine religio, entrato poi in tutte le lingue moderne. Cicerone fa derivare questa parola da relegere (rileggere, ripassare, riconsiderare), il cui contrario è il verbo neglegere ( trascurare). Religio significa, quindi, prestare attenzione alla volontà divina, in contrasto con negligentia, che significa invece trascurarla. Fornendo questa etimologia, Cicerone illustra appieno il concetto di religione presso i Romani, per i quali essa è da intendersi come qualcosa che in nessun caso può essere trascurato, cui si deve scrupolosa obbedienza. La religione ufficiale degli abitanti della città di Roma, e poi dei cittadini dell'Impero Romano, vanta una storia più che millenaria. La "Dea Roma)) sta a testimoniare la profonda coscienza di sé e della propria missione del popolo romano: questa personificazione femminile della città di Roma fu oggetto di adorazione rituale e in suo onore vennero eretti templi, come il doppio tempio di Venere e Roma, consacrato nel 121 d.C. Per i Romani, mito e storia confluiscono entro una visione religiosa di carattere na7ionale e politico, in cui i fatti mitici acquistano efficacia incarnandosi nella pratica sacra dei presente. Tratto specifico della religiosità romana può considerarsi l'atteggiamento scarsamente speculativo, molto più attento alla valorizzazione delle realtà concrete e immediate della vita religiosa.

IL PANTHEON

L'ordine morale

Nel mondo romano, il diritto umano èstrettamente legato al superiore ordine divino: io ius divinum ("diritto divino") forniva ai cittadini le linee fondamentali di comportamento nei confronti della divinità. Un armonioso rapporto di concordia tra divinità e cittadini romani era definitapax deum ("pace degli dei").Il codice morale era sottoposto alla tutela degli dei, soprattutto di Giove, cosicché una violazione delle norme etiche era considerata un affronto fatto agli dei e poteva scatenare la maledizione divina sul malfattore: il sacrilegio tuttavia poteva essere espiato (expiatio). L'individuo, la cui vita è governata dal destino (fatum), doveva guadagnarsi l'aiuto delle divinità, secondo il principio espresso dalla frase do Ut des (io do, affinché tu dia). Delle due sfere della vita dei cittadino romano, la res publica e la res privata, la seconda veniva sempre subordinata alla prima. Valori fondamentali dei cittadino romano erano la virtus, la gloria, la libertas, la pietas (quest'ultima da intendersi come il rispetto e la pietà religiosa), la fides (la fedeltà), la dignitas (la stima generale) e la maiestas populi romani (la potenza e la grandezza del popoio romano), che era considerata il bene supremo.

Particolare importanza riveste nell'etica romana il concetto di pietas: inteso dapprima come sentimento di nspettosa devozione verso i genitori e i figli, passò poi a esprimere anche la venerazione per la comunità e lo stato. La ribellione agli dei, l'odio per i genitori e i fratelli, l'imbroglio, l'avarizia, l'infedeltà e il tradimento erano considerate gravi mancanze. A capo della famiglia era posto il padre (paler familias), con potere illimitato (patria potestas) sulla consorte (mater familias), i figli e gli schiavi. Il padre di famiglia imponeva l'ordine domestico attraverso la sua autorità. Diligentia, severitas e continenhia (nel senso, quest'ultima, di temperanza) dovevano caratterizzare il suo operato. La giovane generazione veniva educata secondo l'esempio degli anziani (mos maiorum). Nei confronti degli adulti i giovani dovevano mostrare modestia, reverentia, obsequium (obbedienza), verecundia (sincerità) e pudicitia. La disciplina domestica era fondamento di quella militare e con essa della grandezza e della potenza dello stato romano.


Riti dei ciclo della vita: matrimoni e usi funerari

Il giorno prima del matrimonio la sposa consacrava il suo abito da fanciulla a Venere o ai Lari.Il giorno delle nozze si traevano auspici; se erano favorevoli, gli sposi si porgevano la mano, dichiarando così la loro volontà di unione. Il giorno successivo al matrimonio, la giovane sposa compiva libagioni, per la prima volta a casa del marito. Vi erano diverse forme di unione matrimoniale, che era comunque rigorosamente monogama. Il rito della confarreatio (da farreum bibum, un dolce di frumento offerto durante la cerimonia al Genio del matrimonio) veniva celebrato religiosamente. L'unione era suggellata dinanzi al ponhifex maximus, al f/amen Dia/is (sacerdote di Giove) e dinanzi a dieci testimoni. Il matrimonio così concluso era indissolubile nei tempi antichi, mentre nel periodo imperiale era revocabile. In occasione della coemplio un accordo che sanciva il distacco della sposa dalla precedente condizione e il suo diritto di eredità veniva dichiarata l'unione matrimoniale senza elementi sacrali, dinanzi a cinque testimoni, e i futuri sposi si domandavano a vicenda se erano pronti a divenire paler familias e mater familias.

Il matrimonio attraverso usus (consuetudine") diventava valido, con una dichiarazione di entrambi i contraenti, dopo che la donna aveva abitato per un anno nella casa dell'uomo; la sua assenza per tre notti consecutive poteva annullare il matrimonio. Nel matrimonio sine in inanun convenlione entrambi i coniugi e i rispettivi padri rilasciavano una semplice dichiarazione. La donna restava sotto la pOlestas dei padre, e non diveniva di conseguenza niaterfamilias, ma soltanto uxor ("moglie"). Una simile unione poteva essere sciolta da entrambi i coniugi senza complicazioni formali. Per quanto riguarda invece il cerimoniale funebre, i morti venivano deposti su un letto circondato da candelabri e corone di fiori. Il corpo veniva poi seppellito o cremato dai parenti. I Romani conoscevano inizialmente solo la pratica dell'inumazione, mentre l'uso di cremare i morti e di raccoglierne le ceneri in urne, da riporre in apposite nicchie, derivò da influssi greci ed etruschi: per la somiglianza con le colombaie, i cimiteri di urne funerarie erano detti columbaria. Nel luogo della sepoltura venivano deposti anche alcuni oggetti, ritenuti utili al defunto durante la sua esistenza futura: per gli uomini armi e attrezzi di lavoro, per le donne cOsmetici e articoli da toeletta, per i bambini giocattoli.

Le necropoli, luoghi di sepoltura, erano situate al di fuori degli insediamenti abitativi. lungo le strade provinciali. La più famosa è quella sulla Via Appia Antica, la strada fatta costruire nell'anno 312 a.C. da Appio Claudio Cieco: essa unisce, con percorso rettilineo, Roma a Capua e fu la prima strada provinciale pavimentata della repubblica.


Riti dei ciclo annuale

Il calendario festivo dei Romani comprendeva, oltre alle feste private della famiglia e dei gruppi sociali, le feste di stato, stabilite di anno in anno. Verso la fine dell'età augustea erano previste 132 feste statali, di cui 45 con data fissa e 87 variabili. Il calendario festivo e feriale veniva stilato dai ponlifices e, a partire dal 304 a.C., gli elenchi furono regolarmente pubblicati. 1 dies fasli (da fas, "diritto") erano i giorni stabiliti dai pontifices, nei quali il diritto divino permetteva attività profane, intrattenimenti pubblici, e soprattutto assemblee popolari (dies cornitiales). Al contrario, i dies nefasti erano giorni nei quali non potevano aver luogo né sedute di tribunali, né assemblee popolari.

La vita politica occupava 49 dei 233 giorni lavorativi. Il saeculum (da serere, seminare, da cui il concetto dei succedersi delle stagioni e quindi del tempo) era alla base della cronologia romana. Paragonabile al greco aion ("era dei mondo"), l'età dei mondo veniva suddivisa in 10 saecula, ciascuna della durata di 100 anni. Ogni 100 anni si celebravano i centenari, collegati ai Ludi saeculares (giochi dei centenario); questi venivano indetti con lo scopo di espiare le colpe degli anni precedenti e di salutare l'inizio della nuova era. Celebrati per la prima volta nell'anno 249 a.C., durante la Prima Guerra Punica (264-241 a.C.). vennero di nuovo celebrati nel 146 a.C., dopo la terza (149-146 aC.). Il poeta romano Quinto Orazio FIacco (65-8 a,C.) compose il Carmen Saeculare, poema celebrativo del centenario nell'anno 17 a.C.. sotto l'imperatore Augusto. Questo carme, cantato l'ultimo giorno delle feste da un coro di ventisette giovani e ventisette fanciulle, si vere nell'animo dell'ascoltatore il significato religioso della festa dei centenario.

Tra le feste in onore degli dei sono da citare le Feriae Martis (feste di Marte) che aprivano, il primo di marzo, l'anno romano. Ogni cinque anni si festeggiava il Lustrum, con una processione all'altare di Marte conclusa da riti sacrificali. In onore della coppia di divinità Libero e Libera venivano festeggiati il 17 marzo i Liberalia, durante i quali i figli maschi adulti ricevevano la toga libera, la veste virile. 1119 aprile erano celebrati i Cerealia, in onore della dea della terra Cerere, venerata soprattutto dai plebei. Volpi con fiaccole ardenti attaccate alle code (simbolo di sciagura) venivano liberate nei campi e poi cacciate, per scongiurare gli incendi e le malattie del grano. I Parilia erano celebrati in onore di Pales, il protettore dei pastori e delle greggi. Il bestiame veniva portato dalle stalle ai pascoli estivi e i pastori e le greggi dovevano attraversare paglia e sterpi dati alle fiamme in segno di purificazione.

Gli Ambarvalia, che ricorrevano in maggio, erano un'antica festa della terra in onore di Marte, caratterizzata da tre processioni cuiminanti nel sacrificio di un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia). I Vestalia, le feste della dea Vesta, cadevano il 9 giugno ed erano celebrati soprattutto da fornai e mugnai. la cui attività dipendeva dai focolare. Anch'essi erano tra Le più antiche feste del calendario romano. I Consualia onoravano Consus, il protettore delle messi: la festa, durante la quale si usava inghirlandare le bestie da soma, avveniva il 21 agosto, dopo il raccolto dei grano, e il 15 dicembre, al termine della semina. In queste occasioni si svolgevano nel Circo Massimo corse di cavalli, asini e muli, affinché gli animali si liberassero dalle maledizioni. In onore di Vulcano, il dio del fuoco, si celebravano il 23 agosto i Volcanalia, proponeva di far rivinel corso dei quali venivano gettati pesci nel fuoco, con l'intento di offrire al dio una vittima sacrificale inconsueta per il suo elemento.

In onore di Saturno, il dio protettore della nuova semina, erano celebrati i Saturnalia, dapprima nella sola giornata dei 17 dicembre, poi anche nei due giorni successivi e infine nel corso di una intera settimana. La festa della semina e dei solstizio invernale rappresenta una delle più antiche e popolari feste nell'anno romano. Ci si scambiavano candele e piccoli doni ed erano sospese le distinzioni di classe: l'ordine sociale era rovesciato e i signori si trovavano a servire i loro schiavi. In concomitanza si teneva a spese dello stato un banchetto pubblico presso il tempio di Saturno e l'atmosfera di gioia veniva mantenuta nei giorni successivi con vari festeggiamenti. La maggior parte delle feste e delle processioni erano però celebrate in onore di Zeus, il dio sommo e padre degli dei. Il culmine della vita religiosa era rappresentato dalle Feriae lovis, che avevano luogo il 13 o il 15 di ogni mese ed eccezionalmente il 23 dicembre I Parentalia, feste di fine anno in ricordo dei genitori morti e dei parenti, duravano nove giorni (13-21 febbraio). L'ultimo giorno, detto Feralia, precedeva la festa della Cara C'ognatio ("cara parentela") o Caristia: tale festività rappresentava l'occasione per riunire intorno a un banchetto i membri della famiglia e riconciliare chi aveva rotto i legami di parentela.

La più antica festa dei Romani è probabilmente quella dei Lupercalia, celebrata il 15 febbraio, in onore di Fauno. Questo dio era chiamato Lupercus (da lupus, "lupo" e arcëre, "proteggere"), facendo riferimento alla sua funzione di allontanare i lupi dal gregge e favorire così l'attività dei pastori. Luogo di culto era la grotta del Fauno, situata sulle pendici occidentali del Palatino (lupercal, "cavità del lupo"), nella quale i gemelli Romolo e Remo vennero allattati dalla lupa. Dopo l'esposizione del capro espiatorio, aveva luogo una processione intorno al Palatino, promossa dai luperci, i sacerdoti dei dio Fauno. Il poeta Ovidio espone, nella sua opera dei Fasti, una trattazione poetica del calendario romano.
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MessaggioOggetto: Re: Pantheon Romano   Ven Dic 26, 2008 11:48 pm

vorrei porvi delle domande a cui non riesco trovare risposta...
1) In quale periodo storico il pantheon greco/romano raggiunse il culmine? quale era la sua ublicazione geografica e quando nacque tale credenza? per quanto tempo fu generalmente accettata?
2) quale divinità facevano parte di esso? quale erano quelli più importanti?
3) quale era la cultura del popolo a quei tempi? che cosa mangiavano bevevano e indossavano? erano ricchi poveri o entrambi? come era composta la loro famiglia??
4) in che modo il governo influenzava la religione? come trattavano il popolo i capi religiosi? in che modola religione influenzava la vita quotidiana della gente?
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MessaggioOggetto: Pratiche religiose greche   Sab Dic 27, 2008 3:52 pm

culti furono celebrati fin dai tempi più antichi nello spazio del témenos (letteralmente, «recinto»), luogo appartato, considerato sacro alla divinità, originariamente situato nei pressi di grotte, sorgenti, boschi ecc., e nel quale spesso non vi era che il bōmós, l'altare per i sacrifici. La cerimonia era basata su formule pronunciate da officianti e su riti da essi compiuti per conto della comunità. In epoca dorica sorsero, spesso su aree già destinate al culto, i primi templi; il tempio è un elemento cultuale ignoto ai micenei, così come il simulacro della divinità che veniva collocato al suo interno. Sorsero poi anche i grandi santuari, che comprendevano, oltre al tempio, vari edifici votivi e altre strutture adibite alla celebrazione di agoni (teatro, stadio ecc.).

Le cerimonie religiose comprendevano i due momenti fondamentali dell'invocazione alla divinità, o preghiera (euchē), e del sacrificio (thysía); parte integrante delle pubbliche celebrazioni erano i cortei (processione) che si recavano al tempio della divinità recando suppellettili sacre, offerte e vittime; talvolta la stessa immagine del dio veniva trasportata fuori dal tempio per essere purificata. Si offrivano agli dei primizie della campagna, focacce, frutta, formaggi, miele, ma anche incenso o altre essenze odorose. Si immolavano animali (buoi, maiali, pecore, capre ecc.), che dovevano essere sani e senza difetti, e non essere stati al servizio degli uomini. La carne della vittima veniva interamente bruciata sull'altare (olocausto) oppure consumata sul luogo, in un banchetto sacrificale. Al sacrificio erano associate libagioni, consistenti nel versare gocce di un liquido, solitamente vino, ma anche latte, olio, miele, a seconda delle divinità cui esse erano dedicate.

All'età micenea risale anche il culto dei morti, considerati, come appare in Omero, non entità potenti da propiziare ma soltanto ombre evanescenti, alla cui triste esistenza si cercava, con sacrifici e libagioni, di infondere una qualche vitalità. II culto degli eroi, che mostra connessioni con quello dei morti, al tempo stesso ne rappresentò una notevole trasformazione; in esso si rintracciano elementi propri dei culti delle potenze ctonie (vittime nere, riti compiuti di sera o di notte, sangue o altri liquidi versati in una fossa o in un focolare o su un altare basso, detto eschára).

Erano poi presenti forme di culto domestico, accentrate sul focolare; prima di ogni pasto, si offrivano alla divinità (in particolare, a Estia e al daímōn protettore della casa) una piccola quantità di cibo e alcune gocce di vino; offerte agli dei si facevano soprattutto all'inizio del simposio (banchetto).

A partire dal sec. IV a.C., con la disgregazione della pólis e il sorgere dell'individualismo, si diffuse l'attribuzione di un culto a personaggi viventi come riconoscimento di una superiorità dovuta a imprese politiche o militari. Durante il regno di Alessandro Magno, infine, apparve in forma evoluta il culto del sovrano, che si affermò presso le monarchie ellenistiche per passare poi anche a Roma
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MessaggioOggetto: Religione romana   Sab Dic 27, 2008 3:57 pm

Una delle peculiarità della religio dei romani è che essa è inscindibilmente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico ad un tempo, in quanto solamente la pietas, vale a dire il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo. Altre due caratteristiche salienti della religione romana possono essere individuate nel politeismo e nell'estrema tolleranza verso altre realtà religiose, a patto che non fossero monoteiste (in tal caso la tolleranza si trasformava in feroce persecuzione e totale negazione del diritto alla libertà di culto, come avvenne per gli ebrei prima e per i cristiani in seguito). La ricchezza del pantheon romano è dovuta non solo al grande numero di divinità, siano esse antropomorfe o concetti astratti, ma anche al fatto che alcune figure divine fossero moltiplicate in relazione alle funzioni loro attribuite, come nel caso di Giunone. Una costante della religione romana fu anche la capacità di assimilazione nei confronti di altre religioni. Contestualmente all'espansione dell'Impero il pantheon romano si andò arricchendo grazie all'importazione di divinità venerate dai popoli con i quali Roma entrava in contatto (vedi seductio).
Evoluzione Lo sviluppo storico della religione romana passò per tre fasi: una prima fase che durò fino al VI secolo a.C., contrassegnata dall'influenza delle religioni autoctone; una seconda contraddistinta dall'assimilazione di idee e pratiche religiose etrusche e greche; una terza, durante la quale si affermò il culto dell'imperatore e si diffusero le religioni misteriche di provenienza orientale.
Età arcaica La fase arcaica fu caratterizzata da una tradizione religiosa legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei culti indigeni mediterranei, sul quale si inserì il nucleo di origine indoeuropea.
Busto di Giano.Questa fase primitiva della religione romana è riscontrabile in divinità quali Cerere (Ceres), Fauno, Giano (Ianus), Saturno e Silvano. Il periodo delle origini è caratterizzato anche dalla presenza di numina, divinità indeterminate, come i Lari ed i Penati. A queste divinità arcaiche si affiancarono presto quelle di origine italica, come Giove, Marte (Mars) e Quirino.
Età repubblicana La mancanza di un "pantheon" definito favorì l'assorbimento delle divinità etrusche, come Venere (Turan), e soprattutto greche. A causa della grande tolleranza e capacità di assimilazione, tipiche della religione romana, alcuni dèi romani furono assimilati a quelli greci, acquisendone l'aspetto, la personalità ed i tratti distintivi, come nel caso di Giunone assimilata ad Era. Mentre altre divinità furono importate ex novo, come nel caso di Apollo o dei Dioscuri. Il controllo dello stato sulla religione, infatti, non proibiva l'introduzione di culti stranieri, anzi tendeva a favorirla, a condizione che questi non costituissero un pericolo sociale e politico. Nel II secolo a.C. furono ad esempio proibiti i Baccanali ed il culto dionisiaco fu represso con la forza.
Età imperiale
L'imperatore Commodo in forma di ErcoleIniziata nella tarda età repubblicana la crisi della religione romana s'intensificò in età imperiale. Le cause del lento degrado della religione pubblica furono molteplici. Già da qualche tempo vari culti misterici di provenienza medio-orientale, quali quelli di Cibele, Iside e Mitra, erano entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano. Col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. La critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dei. Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto imperiale. Dalla divinizzazione post-mortem di Gaio Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto si arrivò alla assimilazione del culto dell'imperatore con quello del Sole ed alla teocrazia dioclezianea. Nella congerie sincretistica dell'impero durante il III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche, gnostiche ed orfiche, fece la sua comparsa il cristianesimo. La nuova religione lentamente andò affermandosi quale religione di stato, decretando la fine del paganesimo romano, sancito dalla chiusura dei templi nel IV secolo.
Organizzazione religiosa Per approfondire, vedi la voce Sacerdozio (religione romana).
Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio ad istituire i vari sacerdozi ed a stabilire i riti e le cerimonie annuali. Tipica espressione dell'assunzione del fenomeno religioso da parte della comunità è il calendario, risalente alla fine del VI secolo a.C. ed organizzato in maniera da dividere l'anno in giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e cerimonie sacre.
Collegi sacerdotali
Augusto nelle vesti di pontefice massimoLa gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa organizzazione religiosa romana. Al primo posto della gerarchia religiosa troviamo il rex sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re.
Flamini, che si dividevano in 3 maggiori e 12 minori, erano i sacerdoti addetti al culto delle divinità;
Pontefici, in numero di 16, con a capo il Pontefice massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
Auguri, in numero di 16 sotto Caio Giulio Cesare, addetti all'interpretazione degli auspici ed alla verifica del consenso degli dei;
Vestali, 6 sacerdotesse consacrate alla dea Vesta
Decemviri o Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione ed alla interpretazione dei Libri Sibillini;
Epuloni, addetti ai banchetti sacri.
Sodalizi
A Roma vi erano quattro grandi confraternite religiose, che avevano la gestione di specifiche cerimonie sacre.
Arvali, (Fratres Arvali), ("fratelli dei campi" o "fratelli di Romolo"), in numero di dodici, erano sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più tardi identificata con Cerere. Durante il mese di maggio compivano un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia.
Luperci, presiedevano la festa dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio, il mese dei morti, divisi in Quintiali e Fabiani.
Salii, dodici sacerdoti di Marte, Divisi in Collini e Palatini, addetti alle cerimonie in onore della guerra, che si svolgevano nei mesi di marzo e ottobre con il trasporto degli ancilia 12 scudi di cui uno donato da Marte a il re Numa Pompilio, i restanti 11 identici erano stati fatti costruire dallo stesso Numa per evitare che il primo venisse rubato.
Feziali (Fetiales), 20 membri addetti a trattare con il nemico. La guerra per essere Bellum Iustum doveva essere dichiarata secondo il rito corretto, il Pater Patratus pronunciava una formula mentre scagliava il giavellotto in territorio nemico. Dal momento che, per motivi pratici, non era sempre possibile compiere questo rito, un peregrinus venne costretto ad acquistare un appezzamento di terreno presso il Teatro di Marcello, qui fu costruita una colonna, Columna Bellica, che rappresentava il territorio nemico, in questo luogo si poteva quindi svolgere il rito.
Feste e cerimonie Delle 45 feste maggiori (feriae publicae) le più importanti, oltre a quelle suddette, erano quelle del mese di dicembre, i Saturnalia, quelle dedicate ai defunti, in febbraio, come i Ferialia ed i Parentalia e quelle connesse al ciclo agrario, come i Cerialia ed i Vinalia di aprile o gli Opiconsivia di agosto.
Sulla base delle fonti classiche si è potuto individuare quali tra le numerose festività del calendario romano vedevano un'ampia partecipazione di popolo. Queste feste sono la corsa dei Lupercalia (15 febbraio), i Feralia (21 febbraio) celebrati in famiglia, i Quirinalia (17 febbraio) celebrati nelle curie, i Matronalia (1° marzo) in occasione delle quali le schiave venivano servite dalle padrone di casa, i Liberalia (17 marzo) spesso associata alla festa familiare della maggiore età del figlio maschio, i Matralia (11 giugno) con la processione delle donne, così come i Vestalia (9-15 giugno), i Poplifugia (5 luglio) festa popolare, i Neptunalia (23 luglio), i Volcanalia (23 agosto) e infine i Saturnalia (17 dicembre), la cui vasta partecipazione di popolo è attestata da numerose fonti.[1]
Suovetaurilia, Museo del LouvreDurante le cerimonie sacre spesso venivano praticati sacrifici animali e si offrivano alle divinità cibi e libagioni. La stessa città di Roma veniva purificata con una cerimonia, la lustratio, in caso di prodigi e calamità. Sovente anche i giochi circensi (ludi) avevano luogo durante le feste, come nel caso dell'anniversario (dies natalis) del Tempio di Giove Ottimo Massimo, in concomitanza del quale si svolgevano i Ludi Magni.
Pratiche religiose « Cumque omnis populi Romani religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit, si quid praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita persuasi, Romulum auspiciis, Numam sacris constitutis fundamenta iecisse nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum inmortalium tanta esse potuisset. »
(Cicerone, De natura deorum, III, 5)
Tra le pratiche religiose dei Romani forse la più importante era l'interpretazione dei segni e dei presagi, che indicavano il volere degli dei. Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano:
il volo degli uccelli: l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo (lituus), delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale passaggio di uccelli
la lettura delle viscere degli animali: solitamente un fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza etrusca per comprendere il volere del dio
i prodigi: qualsiasi prodigio o evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, etc, era considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni.
Lo spazio sacro
Lo spazio sacro per i Romani era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali, secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte ed ai sacrifici.
Edicola dedicata ai Lari nella Casa dei Vettii a PompeiEretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro.
Il tempio romano risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e privo dunque del colonnato.
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MessaggioOggetto: Esperienza religiosa greco romana   Sab Dic 27, 2008 3:59 pm

L'ESPERIENZA RELIGIOSA DEI GRECI E DEI ROMANI L'ESPERIENZA RELIGIOSA DEI GRECI E DEI ROMANI 1. IL POLITEISMO ANTROPOMORFICO GRECO Venivano venerate divinità legate: a i singoli luoghi (boschi, montagne) a fenomeni naturali (fulmine, tempesta) a momenti importanti della vita (nascita, matrimonio). ? Queste divinità rappresentavano potenze sovrumane di cui occorreva placcare la collera e propiziarsi il favore ? atti di culto ? diventano riti da ripetere con precisione e regolarità nelle date fissate dalla tradizione ? processione venerazione sacrificio preghiera ? Il loro corretto svolgimento era assicurato da uomini che assumevano funzione sacerdotale. LA MITOLOGIA POETICA fra VII e VII sec. a.C. ? nascono i poemi di Omero e di Esiodo ? Presentano in forma poetica una compatta mitologia Accompagnano il rito spiegandolo La religione greca assume il suo assetto definitivo caratterizzato da: politeismo antropomorfismo. IL POLITEISMO Il politeismo greco: stabilisce una pluralità limitata non si associa una divinità ad ogni esperienza elementare del sacro le divinità sono un gruppo stabile e preciso alla loro potenza vengono riferiti i fenomeni avvertiti come sacri. rifiuta la riduzione della pluralità degli dei in un'unica divinità, tesi sostenuta da Aristotele (IV sec.a.C.) dagli Stoici (III sec. a.C.) e da Plotono (III sec. d.C.) L'ANTROPOMORFISMO Antropomorfismo ? concepire gli dei come figure umane portate alla perfezione. Gli dei sono: potentissimi (non onnipotenti) immortali ? rappresentano la proiezione ideale, perfetta della figura del re guerriero cantata dai poemi epici. belli felici non creatori provano passioni hanno un carattere psicologico individuale, una configurazione e una storia personale. sono lo specchio perfetto dell'intera gamma delle situazioni della vita individuale e collettiva. LE STATUE E I TEMPLI Gli dei essendo simili all'uomo: erano raffigurabili mediante statue l'immagine del dio aveva bisogno di una casa ? nasce il santuario e il tempio la cui parte più interna custodisce l'effigie del dio ? si trova nel centro della città ed è punto di ritrovo dove i fedeli celebrano i riti. UNA RELIGIONE SENZA CHIESA E SENZA DOGMI La religione greca non si basa su nessun Libro sacro rivelato direttamente dalla divinità non esistono interpreti ufficiali ? Non esiste una Chiesa unificata e accentrata con poteri universali ? Non esiste un sacerdozio professionale Alcune famiglie si tramandano per eredità funzioni sacerdotali specifiche Altre cariche sono elettive e a scadenza periodica ? anche la poleis può avere la gestione di templi e riti 2. non esistono dogmi ma è fatta di storie e racconti che possono essere mutati e arricchiti ? La religione greca resterà sempre aperta al contributo di poeti e artisti e alla discussione di filosofi e uomini di cultura Esistono solo alcuni centri religiosi come il santuario di Apollo a Delfi che esercitano una funzione panellenica (le sue decisioni accettate da tutti)
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MessaggioOggetto: Paganesimo e cristianesimo a confronto nelle evoluz storiche   Sab Dic 27, 2008 4:10 pm

Scontata dunque in premessa una carenza di oggetto storicamente individuabile, constatiamo nei dati che non vi poté essere e non vi fu mai il prospettato antagonismo fra cristianesimo saliente e “mondo antico”, in quanto “paganesimo” inteso come civiltà decadente: per la stessa realtà storica indefinibile di un “mondo” aperto, di pluralità culturali in movimento, quantomai composito fluttuante permutabile, eclettico e sincretico, come quello compreso nel vasto e articolato ordinamento giuridico-politico dell’impero romano, non escluso il cristianesimo in prima gestazione.
Si è visto quale involuzione speculativa andava subendo la cultura portante greco-romana nelle stesse grandi scuole filosofiche elleniche, in un quadro di promiscuità pluri-etnica e pluri-culturale, di interazioni spontanee, nei grandi centri medio-orien-tali, fra cui Alessandria di Egitto primeggiava per tradizione remota economico-politica e per la sua stessa ubicazione geografica nord-africana. In un così vasto prospetto, il “cristianesimo” non ancora consistente non era e non fu nei primi secoli che una delle tante “presenze” attive, fra i numerosi agitatori apocalittici premonito-ri, predicatori messianici di credenze e “fedi” religiose: a opera di gruppi più di altri organizzati in “chiese” (assemblee) originariamente rudimentali, autonome e già – quasi sempre – in rissa “fraterna”, in competizione per ragioni pratiche o dissensi di opinione che poi si diranno “dottrinali”.
E come movimento fideistico e culturale di base, che assume consistenza e “visibili-tà” crescente e pericolosità sociale, per la sua preminente formazione “popolare”, perciò stesso le sue mozioni e i suoi “annunci” e “messaggi” irrazionali potevano riscuotere minimo interesse culturale da parte degli intellettuali delle varie scuole di pensiero filosofiche, retoriche ecc. dell’impero. Le reazioni note infatti sono irrilevanti, e per secoli si riscontrano solo istituzionalmente in relazione ai disordini provocati dai “chrestiani”, quasi sempre indistinti dai giudei della grande diaspora dopo il 70. Gli storici moderni non sono riusciti a racimolare nei primi secoli che una dozzina di allusioni incerte, e tutte valutazioni negative, alla pura e semplice “esistenza” reale di questi devoti del Cristo, perlopiù accomunati ai giudei che erano alcuni milioni, e su cui qui non vale intrattenersi particolarmente. Vi accenno servendomi del- la raccolta commentata, per un corso universitario, di Sandro Leanza storico cattolico del cristianesimo (La letteratura anticristiana dal I al VI secolo, Edas 1979), e della documentazione annessa ai capitoli dell’opera in due grandi tomi, ancora preziosa sebbene di indirizzo ufficiale cattolico, Fonti e studi di storia della Chiesa, diretta da Paolo Brezzi, edita da Marzorati nel 1961e non più ristampata. Brezzi aveva al suo attivo una precedente raccolta documentale con Introduzione, Cristianesimo e Impero romano, fino alla morte di Costantino (Ave 2^ 1941), inservibile nella sua stessa figurazione “storica”, goduta nella grande “luce” esclusiva del cristianesimo perseguito e trionfante.
Fra i primi documenti romani, si cita abusivamente una lettera del 41, diretta dal-l’imperatore Claudio a L.Emilio Retto, che fa divieti e minaccia i giudei – non poteva assolutamente riferirsi ancora ai cristiani – come “suscitatori di una nuova sorta di malattia sparsa universalmente”; e a una più nota lettera a Traiano di Plinio proconsole di Bitinia dal 111 al 113. Che oltre 70 anni dopo, con riferimento specifico equilibrato a cristiani calunniati e denunziati, ugualmente ne giudica la religione una “follìa” (amentia) e una “superstizione perversa e sfrenata” (superstitio prava et immodica), dal suo punto di vista istituzionale preoccupato del mantenimento dell’ordine pubblico, ponendo a suo carico la diserzione dei templi e delle festività religiose previste dai culti di stato (v. Carteggio con Traiano, tr.it. Rizzoli 1963, 96, pp.81ss.). Si citano poi gli Annali di Tacito, storico coevo (XV,44, tr.it. Rizzoli 1951, pp.414-15), che riferisce sulle sevizie e sulle pene inflitte ai cristiani, falsamente accusati (non per tutti gli storici), da Nerone nell’incendio di Roma, riprovandone la crudeltà ma reiterando il giudizio di Plinio sulla loro funesta superstizione, un flagello che dalla Giudea si era diffusa fino a Roma, “dove ciò che è vergognoso e abominevole confluisce e trova la sua consacrazione”! Tacito si riferiva pure a Gesù Cristo suppliziato imperante Tiberio, che era avverso ai giudei in continua agitazione, per ordine di Ponzio Pilato, indicato dallo storico romano come solo responsabile della condanna alla crocifissione, che infatti era pena romana (mentre la lapidazione era pena giudaica), per i reati di sedizione contro lo stato.
Occorre rammentarsene, a sostegno possibile dell’ipotesi, dibattuta oggi da S.G.F. Brandon (Gesù e gli zeloti, tr.it. Rizzoli 1985), che l’ebreo Gesù fosse un capo zelota ribelle. Si citano due allusioni di Svetonio alla superstizione malefica (120) dello stoico Epitteto, che nelle Diatribe o Dissertazioni citate (IV 7,6, p.483) segnalava i Galilei come esempio di “mancanza di paura”, ma non positivamente perché l’attribuiva a abitudine e follìa, non a una libera scelta razionale quale era concepibile da uno stoico. Pure Marco Aurelio un secolo dopo, stoico “persecutore” di cristiani laudato da apologisti quasi come precristiano, nei Ricordi (tr.cit. Rizzoli 1992, XI 3), più o meno coincideva in una riflessione sul distacco dal corpo dinanzi alla morte, che nei cristiani giudica esibitorio, frutto di ostinazione e non di scelta ragionevole, dato fondante nella cultura greco-romana.
Lo storico cattolico Pierre de Labriolle, professore alla Sorbona, ha espansivamente ricostruito a suo modo la sequenza larga delle “polemiche anticristiane dal I al VI secolo” in uno studio ampio dal titolo La réaction païenne (Paris 1934, 4^ 1950), che già in sé riflette il punto di vista cristiano-cattolico. Essendo il bilancio complessivo necessariamente piuttosto magro, per entità di “reazione” appunto, il titolo con la sua qualificazione inqualificante (“pagana”), si rivela inadeguato, con certi suoi sottotitoli come “Le temps de sécurité et de dédans” (“I tempi della sicurezza e del disprezzo”). Che si estenderebbe per oltre un secolo dal 40 al 160 dopo la morte di Gesù Cristo, e la cui insegna potrebbe compendiarsi per questa epoca nel primo subtitolo interno, “L’incuriosità pagana riguardo al cristianesimo nascente”, complessivamente estensibile – come atteggiamento generale della intellighetzia greco-romana – fino alla istituzionalizzazione politica del cristianesimo come “religione di Stato”, fra Costantino e Teodosio e anche oltre. Infatti è perfino sconcertante consta- tare che, se “reazioni” vi furono, apparvero e tanto più appaiono oggi deltutto iso-late, per iniziativa di pochissimi intellettuali precisamente individuabili, di cui intendiamo occuparci: non fu in alcun modo la “reazione” che si pretende enfatizzare del “paganesimo”, come è grottesco classificare in particolare la isolata reazione di Porfirio “La réaction de l’Hellenisme”!
Il fatto è che lo storico, come spesso accade, avendo ammucchiato sul tavolo le sue carte, e avendo in testa i suoi schemi nominali ereditati – paganesimo, ellenismo – e avendo in questo caso presupposta la sua “fede” cristiana militante, da tutto ciò può pure trarre il convincimento, se non sorretto da forte senso storico, di una organica opposizione del possente quanto inesistente “paganesimo” all’invisibile armata del “cristianesimo”, crescente spesso in clandestinità, condotto dal suo Dio-Cristo redentore dell’umanità, proteso nella sua “lotta” contro i demoni coalizzati di una grande tradizione culturale, che “reagisce” e “resiste” al “trionfo” cristiano. E’ questo il mortificante quadro generale pressoché uniforme delle pseudo-storie ecclesiastiche e della storiografia “laica”, non solo relativa al cristianesimo, ma pure in genere relativamente all’antichità classica, la cosiddetta “antichistica”. Il libro di de Labriolle si chiude col capitolo “Les derniières luttes”, dopo “L’opposition intel-lectuelle sous l’Empire chrétien”, a causa della “persistence de l’hostilité païenne”, quasi che questi secoli proto-cristiani siano stati teatro di uno scontro epico fra i due “mondi” culturali che realmente erano divisi da un abisso. Pure considerando sùbito il peso dell’azione distruttiva, della cancellazione testuale che fu dalle origini una prerogativa lungimirante della gerarchia ecclesiastica cristiana, lo scontro epocale è totalmente mancato anzitutto per una prolungata inavvertenza del fenomeno cristia-no in lenta gestazione istituzionale e culturalmente inavvertibile. Poi è mancata per una sorta d’indifferenza “tollerante” o – se si vuole – fatalizzante dei singoli e dei gruppi intellettuali nei grandi centri di cultura, Atene Roma Alessandria, nei con-fronti di pochi “apologisti” e “padri” della chiesa nascente e crescente, che propu-gnavano fanaticamente un credo religioso fra i tanti, una teo-mitologia folle come quella del crocifisso deificato.
Nel decomporsi della cultura alta del logos, già minoritaria e aristocratica nelle grandi scuole originarie e in quelle dette “ellenistiche”, franante nei manierismi sco-lastici, e nella più vasta circolazione culturale mai verificatasi prima fra Oriente e Occidente, dentro i due grandi imperi greco-romani, di idee e miti e dottrine, di mistiche e metafisiche filosofiche, teologie e credenze e tecniche magico-alchemiche ecc., chi poteva fare caso seriamente negli ambienti colti agli sparuti vescovi esagitati – simili ai tanti e tanti piccoli profeti ebrei predicanti nelle piazze cittadine –, che declamavano in difesa e propaganda della loro fede cieca nel “nuovo dio”? I pochi dati insignificanti che è possibile raccogliere lo confermano appieno. Nella grande storia dell’impero di Occidente, o anche solo nella history di Gibbon sulla Decadenza e caduta dell’Impero romano, la nascita e la crescita del cristianesimo ha una minima parte fino a quando, per uno dei tanti balzi irrazionali della casualità storica, e per la spregiudicatezza politica congiunta e concorrente di un monarca, principe avventuriero sanguinario, e di abili vescovi “romani”, retori insinuanti come Eusebio di Cesarea, in genere accorti operatori politici, nonché falsi donatori d’imperi come il santo Silvestro I, assurse a protagonistica religione imperiale, impossessandosi in pochi secoli di ogni potere divino e demonico. Come poteva consistere o solo rendersi “presente” nella cultura istituzionale, prima di ascendere al dominio politico teocratico, a un’egemonia culturale totalitaria esclusiva, col sostegno forte di una legislazione privilegiata?
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